Deve avermi immaginata così infinite volte. Con lo stesso abito bianco che indossavo quel giorno, trattenendo il cappello che voleva rubarmi il vento, mentre ammiravo lo stile architettonico dei portici di Piazza Santissima Annunziata.

Lui studiava la costruzione con altri occhi, ammirava i particolari con attenzione, esplorandone ogni angolo, ogni elemento e i lampi di luce che colpivano il portico, in quella mattina di maggio che mi trovai a passeggiare senza meta per Firenze.

Pensai a uno studente.

Stava li, col pennello nella mano destra a mezz’aria che si asciugava al sole e nell’altra mano la tavolozza dei colori. Rosso.Il rosso dominava.

Mi avvicinai a spiare il dipinto.

A prima vista non mi piacque. Era troppo schematico, pareva un progetto tecnico se non fosse stato per le linee irregolari delle colonne e l’imprecisa curva degli archi.

Avvicinò il pennello alla tela e rifinì con un tratto sottile l’orologio posizionato al centro della struttura.


Non c’era nessun orologio nella realtà e, ad osservare meglio, notai che neanche quella specie di vasca che lui aveva disegnato davanti all’arco centrale esisteva. Mah!

 
Non mi accorsi di aver espresso il dubbio a voce alta. Lui smise di dipingere e si voltò. Io smisi di respirare. Lui non parlò. Alzo il sopracciglio destro e interrogò la mia esclamazione.

Ecco, mi innamorai di quel gesto.

Di quel sopraciglio che si protendeva verso l’altro nella domanda sottintesa, del piccolo neo sulla sua fronte ampia, appena sopra l’occhio destro.

Continuava a guardarmi e non sapevo che dire. Non una parola venne in mio aiuto mentre i pensieri si agitavano senza intenzione alcuna di volarmi via dalla mente.

Lui chiese - come ti chiami? Io dissi - Anna - Hai detto qualcosa Anna?

L’orologio dissi - Si? Chiese lui- L’orologio cosa? Non c’è - dissi - non esiste l’orologio - Lui sorrise -

Ecco, forse del suo sorriso mi innamorai - Dei suoi denti incorniciati da labbra morbide. Desiderai baciarlo, pensai di farlo e scappare via.

Si che c’è - disse -

Cosa ? - risposi tornando alla realtà - L’orologio - rispose - Il tempo non è mai assente dallo spazio, forse siamo noi che non ci siamo, forse questo è un sogno e noi abitiamo un‘altra dimensione. Ma l’orologio c’è. Ti insegno a vederlo. Vuoi? -

Avvertivo il suo sguardo come un velo che mi ricopriva. Pensai che dovevo andare, che lo distraevo dal suo lavoro. Ma non riuscivo a muovermi. 
Ho quasi finito - disse - Un caffè ? - Annuii - Si voltò a terminare il suo orologio e restai a guardare la sua nuca e le sue spalle curve dentro un maglione bianco troppo pesante per la stagione.

Ripiegò il cavalletto e sistemò i suoi arnesi. Ci avviammo verso un bar, come vecchi amici.

Ci avviammo verso il bar e io non conoscevo ancora il suo nome.

Lui intuì il mio pensiero - Giorgio - disse - e io distratta chiesi - Giorgio chi? - Io percisò - Giorgio sono io - Io sono Anna dissi - L’hai già detto - disse sorridendo con le mie labbra  e qualcosa dentro di me si sciolse per sempre.

Sedemmo a un tavolino sulla piazza e ordinammo caffè.

Lui fumava piccole sigarette sottili con grande piacere mentre mi guardava.

Parlammo di Firenze e delle sue piazze, della campagna e dei turisti, troppi, del mare,lontano, del vino, buono e del sole e del vento, del mio cappello ridicolo e del tempo, che intanto scappava via.

Poi ci venne fame, Giorgio lasciò i suoi arnesi in custodia al proprietario del bar e ci avviammo in un ristorante. Non ordinò nulla prima che lo facessi io. - Cosa desideri - mi chiese?

Avrei mangiato cioccolato con lui, dalla stessa coppa, con lo stesso cucchiaio.

Ma nel menu non c’era quello che volevo.

Quello che volevo mi stava seduto di fronte e arrossivo mentre pensavo a questo e il mio sangue diventò acqua e quando Giorgio sfiorò la mia mano l’acqua divenne vino. Rosso. Defluì dalle mie vene. Mi svegliò la voce del cameriere…

Mangiammo carne quasi cruda, bevemmo vino del Chianti e mi girò la testa. Ricordai appena per un istante di esser fuggita da un nido. Ero a Firenze da quattro giorni per un breve periodo di vacanza. Sarei partita l’indomani. Sarei tornata al nido, da Pier, nella nostra casa, pronta da anni che presto avrebbe accolto il mio abito da sposa e i miei fiori appassiti al sole, come il nostro decennale rapporto. Mi stavo ammalando d’amore e per effetto vedevo oltre il muro dell’abitudine. Chi aveva ripulito lo specchio della mia vita? Questo giovane sconosciuto pittore? Forse mi ero solo smarrita un attimo.

Per questo Giorgio prese la mia mano e mi trascino fuori?

Camminammo per lungarno, fino alla fine della strada, fino alla fine del pomeriggio, andammo incontro alla sera e al futuro. 

Approdammo nella campagna, naufraghi di un viaggio senza meta. Mi baciò all’improvviso mentre il sole abbandonava quel giorno e il nodo che mi teneva legata al nido si sciolse.

Ci baciammo lungo la strada di ritorno mentre lo guidavo verso la mia casa.

Ci baciammo nel portone, perché non potevamo smettere.

Lui trovò il confine del mio vestito e del mio desiderio sulle scale, io tolsi le scarpe fuori dalla porta.

Ci baciammo mentre cercavo affannosamente le chiavi.

Ci baciammo cercandoci con le mani finchè non ci trovammo nudi di mondo e vestiti di luce, rossa di sole che ci spiava dalla finestra aperta, spinti dal vento che gonfiava le tende e il mio cuore. 

Mi svegliò il freddo e mi ferì la sua assenza. Dov’era la sua bocca? Dove aveva portato i miei baci? La mia pelle aveva sete e piansi amore fino ad affogare nel suo profumo.

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Valentina la mattina si alza presto, fa colazione a casa con calma prima di andare in laboratorio. Lavora in un laboratorio dell’università, è a tre fermate di metro, ma Valentina punta la sveglia alle sette, ogni mattina per esser sul posto di lavoro alle nove.

DRINIDRIN. È ora di alzarsi e così  si scopre e piano si alza, ruota su un fianco, prima appoggia un piede per terra e poi l’altro; da quando è incinta cerca sempre di infilarsi le ciabatte piuttosto che restare a piedi nudi sul pavimento; che poi per il lavoro che fa, anche se non è più fisicamente nel laboratorio di chimica ma nell’ufficio di fronte, la paura delle piastrelle e della polvere dovrebbe essere l’ultimo problema per il suo bimbo. Prima va in bagno e si fa una doccia calda, si asciuga velocemente i capelli corti, si infila un vestito, le ballerine blu notte che la mamma gli ha regalato a natale e scende al bar per prendere il solito cappuccio con la brioche alla marmellata. La marmellata è gialla, perché è importante che non sia di fragole, Valentina è allergica alle fragole e tutte le marmellate rosa o rosse, non importa, la terrorizzano. Scende in metro e apre il suo libro di cui leggerà due pagine perché le fermate sono poche. Non appena arriva in piazzale Piola prende il telefono e chiama il padre del bimbo, che vive a Roma - lavora lì in un’agenzia pubblicitaria, ormai da un anno, lui lì è inserito e a Milano non ha trovato ancora nulla per cui per ora vivono separati e si vedono ogni weekend, ora più spesso a Milano perché lei fa fatica a muoversi con quella pancia ingombrante. Di solito lo sveglia lei con la chiamata del mattino, lui lavora fino a tardi la notte; mentre lo chiama cammina per piazzale Leonardo, attraversa il parco mentre i branchi di studenti più giovani si muovono tra quelli più adulti come fossero un’entità sola. 

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Scegli una parola e immagina una storia.

di Luca Zagor Borghesi

A casa tua ci sono tutte le cose necessarie per lavarti, pulirti e profumarti e se non ci sono, perché esaurite, ne hai altre che possono egregiamente sostituire le prime senza fartene sentire la mancanza.

Ma fuori casa cosa succede?

Stai andando ad un colloquio di lavoro, un importante colloquio di lavoro e vuoi essere attento ad ogni dettaglio.

Sei in auto e manca meno di un chilometro… “ehi cos’è questo odore? Una carcassa di un dinosauro è venuta alla luce dopo millenni di tranquilla sepoltura?”

No è il tuo alito. Il tuo alito rimbalza sul cruscotto e sul vetro e, pur essendo il tuo, pare spaventoso.

Non è di certo perché ieri sera hai mangiato fegato alle cipolle, dove per altro il fegato ti sembrava forse anche andato a male, e non è certo perché la mattina hai rimangiato lo stesso fegato avanzato. Avanzato nel senso di avanzato stato di putrefazione, solo perché non volevi buttarlo via…

Fatto sta che il tuo alito sembra una morsa e ti metterà a disagio nell’importantissimo colloquio.

Che fare?

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di Marco Freccero

Si tolse gli occhiali, li posò sulla scrivania, e si passò le mani sul volto; c’era ancora l’odore del dopobarba sulla pelle liscia, curata. Appuntò lo sguardo sulle pareti bianche della piccola stanza, al primo piano di un edificio del centro storico di Savona. Gli piaceva osservare arredamenti e dettagli attraverso la sfaldatura della miopia, lo faceva sentire a suo agio.
Poteva fissare la sua segretaria, una donna sui quarant’anni, alta, capelli ondulati, neri, alla sua destra, senza alcun imbarazzo. Era una figura dalle linee confuse, dove gli occhi grandi, erano chiazze nere dai contorni sfumati, come la bocca; mentre il vestito, un tailleur senza fantasia, un insieme colorato di stoffa. I suoi fianchi un po’ larghi, le gambe lunghe e robuste, perdevano il potere di solleticarne gli istinti. Lui non era sposato, lei era divorziata da sei anni.
Non poteva restare a lungo così; prese un altro fascicolo dalla pila che aveva a sinistra, lo posò al centro della scrivania.
Disse:
- Per favore, ne faccia entrare un altro.

La donna sorrise, spinse indietro la sedia, facendola strisciare sul pavimento, si alzò in piedi, e si diresse verso la porta.
Quando il giovane varcò la soglia, inforcò gli occhiali, gli fece cenno di prendere posto sulla piccola sedia e aggiunse:
- Sieda pure.
Accompagnò il tutto con un sorriso, già tirato. L’orologio da polso segnava le undici e mezza, e quello era il quindicesimo candidato. La selezione era iniziata tre ore prima, nell’edificio che dava su via Pia. Occorreva scegliere una cinquantina di persone per il centro commerciale che avrebbe aperto nel giro di un anno, alla periferia ovest della città. Undici erano già stati scartati, e due ragazzi, diciottenni, erano semi analfabeti. Il loro curriculum, una sfilza di frasi e suppliche, con grosse lettere tracciate da mani non abituate a scrivere, e che senza la guida delle righe del foglio, piegavano verso il basso.
Non era stato semplice evitare di ridere loro in faccia.

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di Mario Stilli

Il travalicare certe convenzioni dialettiche, che indubbiamente esistono nei rapporti tra le persone, può produrre, talvolta, effetti piacevoli. Dipende tutto dal tipo di individuo e dal modo (piacevolmente fine e gentile) con cui vengono riversati certi pensieri sull’oggetto verso il quale essi sono rivolti.

Alter la vide. Una mattina come tante (guarda caso). La donna, alta, slanciata, capelli tra il rosso ed il castano, indossava una lunga gonna nera. La camicetta, sempre dello stesso colore, era cinta, in basso, da una sorta di fascia elastica che le stringeva la vita piuttosto sottile. Tale accessorio produceva l’effetto di mettere in piena evidenza i fianchi ed il bacino della ragazza.


Ora, non so come, Alter, che solitamente era un tipo piuttosto riservato, volle sedersi, prendendo posto sul treno, proprio davanti alla donna. Sul momento il problema (o forse il vantaggio del ragazzo) fu che appunto, come dicevo all’inizio, si dimenticò di tutte le regole e proruppe con un tranquillo e lontano da ogni dubbio: “Le curve dei tuoi fianchi mi hanno riconciliato con la vita. La gonna dal tessuto sottile, lascia intuire la forma delle tue natiche”.

La ragazza si arrabbiò subito, ma non platealmente o con male parole; solo che Alter si trovò addosso due occhiacci irati e risentiti. La reazione non tardò a venire. Il giovane con molta calma replicò: “Eppure sembri una ragazza sensibile; sapresti spiegarmi il motivo per cui io dovrei tralasciare di esporre, sinceramente, quello che questa situazione pro­duce emozionalmente in me? Avresti preferito che io esordissi con qual­cosa riguardante il tempo atmosferico o l’accensione di una sigaretta?” La ragazza taceva.

“Non credi che occorrerebbe dare la priorità agli istinti e dimenticare le convenzioni, una volta tanto? L’attrazione ses­suale fine a se stessa è una cosa concettualmente condannabile in par­tenza? Penso di No. Penso che se tutti riuscissero a far uscire spontaneamente ciò che sentono di prima emotività, i rapporti umani sareb­bero molto più sinceri. Io sono contento di come mi sono espresso“.

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di Pierantonio Mecchia


Quante persone ho conosciuto durante la mia professione di chirurgo ospedaliero? Certamente qualche centinaio fra colleghi, infermieri e pazienti. Della maggior parte di loro non me ne ricordo i nomi e, spesso, neppure le sembianze. Però alcuni, vuoi per i lati positivi o negativi della loro personalità, vuoi per particolari caratteristiche fisiche o per la simpatia od antipatia che ispiravano, mi vengono alla mente nitide e quasi reali. Mi accorgo di non fare alcuna fatica a ricordarle, tanto prorompono dai miei ricordi come immagini istantanee. E così rivedo volti ed episodi anche lontani nel tempo e non necessariamente in ordine cronologico.

Fra questi, ricordo in particolare Luisa.

Era la caposala della divisione di chirurgia dove ho lavorato per molti anni. Si sapeva che, a tale posto di comando, l’aveva voluta fortemente il professor Piccione. Era di statura media, rotondetta, oltre la quarantina. Ma ciò che la elevava al di sopra degli altri e la poneva come su di un piedistallo particolare erano la capacità straordinaria di arruffianarsi il capo ed il caratteristico olezzo che emanava.

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di Paola Sacchettino

Un’aquila… si staglia nel cielo azzurro, le grandi ali spiegate… le piume rosse sembrano di fuoco, illuminate dal sole cocente del mese di dicembre a più di quattromila metri di altezza.

Un grido acuto squarcia l’aria, attraversa le montagne e riecheggia nella vallata. E’ un urlo di disperazione, di dolore… il suo nido, le uova dei suoi piccoli sono stati depredati dagli umani; sono saliti sulla cima della montagna, hanno preso le uova e fatto cadere il nido che, con tanto amore, aveva costruito.

Vendetta… vendetta… disperazione e vendetta contro chi le ha fatto tanto male.

Urla, si dispera e vola in alto, sempre più in alto, sopra i ghiacciai.

La sua sagoma regale e imponente si proietta nel cielo, disegna cerchi regolari intorno alla “sua” montagna e grida vendetta!

La spedizione archeologica scendeva lentamente per il pendio della montagna, due uomini, una donna e i portatori. Gli zaini in spalla, affaticati, con i visi bruciati dal sole, le labbra gonfie,  spaccate dalla sete e dalla fatica, il respiro affannoso.

La ricerca del Tempio di Fuoco, tra le pendici della Montagna Sacra aveva avuto successo. La salita, durata settimane, era terminata sulla vetta; le indicazioni della mappa erano esatte, le coordinate… tutto aveva funzionato alla perfezione. Avevano trovato un’apertura a circa tre quarti della salita, una grotta che li aveva portati nel cuore della montagna e da lì alla scoperta più sensazionale del secolo: un tempio antichissimo, sede di rituali magici e di un tesoro favoloso.

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di Gm Willo

Sabina si è messa a guardare la TV come ogni sera, distesa sul divano foderato di velluto beige e i cuscini a fiori sparsi un po’ dappertutto. Ha in mano il telecomando che controlla con fare svogliato, mentre con l’altra mano descrive un movimento preciso verso la ciotola dei popcorn sul pavimento. Nell’etere si ode solo il brusio dell’apparecchio a basso volume e lo sgranocchiare lento dei fiocchi di mais: due suoni che sembrano galleggiare sopra un oceano di silenzio. La casa è immersa in un’oscurità profonda, a parte il salotto, illuminato a fatica dalle immagini random del televisore.


Sabina
 ha tredici anni e sogna di partecipare ad X Factor, forse il prossimo anno, se i suoi le danno il consenso. Dovrà lavorare un po’ sulla voce, ma il suo bel faccino bucherà senz’altro lo schermo. Glielo dicono tutti che ha proprio un bel faccino, i compagni di classe, le ragazze della squadra di pallanuoto, persino suo padre, anzi, soprattutto suo padre. Non fa che ripeterlo…

Si mette in bocca un altro popcorn ed abbraccia con più vigore il suo cuscino preferito. La serata è calda e lei indossa solamente il sopra del pigiama e un paio di mutandine bianche di cotone. La luce fredda dello schermo al plasma le scivola sulle gambe nude, la destra distesa per tutta la lunghezza del divano mentre la sinistra aggrappata allo schienale. Continua a cambiare canale, soffermandosi di tanto in tanto su un programma, ma solo parte della sua attenzione è rivolta allo schermo. Sabina pensa a quella scimunita di Fabrizia, che è andata a dire in giro che lei e Fabio hanno una storia, come se lei avesse bisogno di questi aiutini per avvicinare uno come Fabio. Certo, lui ha tre anni più di lei, anche se tutti gliene danno almeno quindici e non certo per il faccino da angelo, ma per le tette che sono già ben sviluppate.

Mamma è andata dalle sue amiche a vedere un dvd mentre papà aveva la partita di calcetto. Torneranno a mezzanotte, dato che è venerdì e domani non lavorano. Restare sola a casa non la disturba, ormai ci ha fatto l’abitudine. I suoi la lasciavano già a otto anni, con tutte le comodità ed il telefonino sempre a portata di mano.

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Di Rosario Zingone

Era un campo maledetto, così diceva la gente, perché qualsiasi cosa veniva coltivata moriva. Ci avevano provato in molti, ma nessuno era riuscito a farci crescere niente, lo avevano anche fatto benedire, ma non c’era niente da fare, era una terra morta che non dava e non avrebbe dato mai dei frutti.

- Riprendetevi questo denaro – lanciò la borsa dei trenta denari davanti ai piedi dei sacerdoti che si aprì e si sparpagliò sul pavimento,
fatto ciò uscì dal tempio. Con quel denaro i sacerdoti acquistarono un terreno e lo destinarono alla sepoltura degli stranieri.

Camminò per tutto il giorno e tutta la notte, bruciato dal sole, dalla sete e dalla fame. Aveva tradito l’unica persona che gli aveva dimostrato un po’ di affetto e che aveva avuto fiducia in lui. Stava male, si sentiva bruciare dalla rabbia e dall’odio, contro se stesso, per la sua vigliaccheria. Si immaginava davanti ai sacerdoti e che diceva loro – Non voglio il vostro denaro uccidetemi pure, io non tradirò mai il mio rabbi.

Ma questo era solo il delirio di un febbricitante, ormai il suo rabbi era morto e non c’era più niente da fare. Si sentiva perso, pensò ai momenti felici passati con il rabbi ed i suoi amici quando andavano di paese in paese ad aiutare le persone.

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